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Farmacia Comunale Podenzano
dr. Eleonora Formaleoni
Farmacia Comunale Podenzano
Farmacia Comunale - Gariga

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Dr. Eleonora FormaleoniI consigli della Dott.ssa

Prima colazione e benessere
Benefici a tutte le età

La prima colazione e' uno dei pasti principali a tutte le età; le linee guida internazionali ed italiane in tema di nutrizione suggeriscono che circa il 20% delle calorie giornaliere vengano assunte con il primo pasto della giornata. Dopo il prolungato digiuno notturno infatti il nostro organismo ha bisogno innanzitutto di fare rifornimento di energia e di nutrienti per affrontare gli impegni della mattina.
Tuttavia l'abitudine ad una regolare prima colazione sembra ridursi progressivamente con l'età: è massima nei bambini in età prescolare, minore negli adolescenti e sempre meno diffusa tra gli adulti. Spesso infatti i ritmi di vita, la fretta, il pensiero di guadagnare qualche minuto di sonno, inducono a saltare la colazione ed a consumare rapidamente qualcosa al bar nel corso della mattina. Eppure il consumo del primo pasto della giornata comporta notevoli benefici per l’organismo, sia a breve che a lungo termine.
Numerosi studi hanno infatti dimostrato che i bambini e i ragazzi che consumano quotidianamente una prima colazione completa e bilanciata (composta da prodotti a base di cereali, da latte o derivati e da frutta) sono più attenti a scuola e hanno prestazioni intellettuali e sportive migliori. Effetti positivi in termini di miglioramento della memoria sono stati dimostrati anche per gli adulti (nei quali si osserva una maggiore performance lavorativa) e per gli anziani.
Inoltre l'assunzione regolare della prima colazione è stata associata ad una migliore distribuzione delle calorie nell'arco della giornata. Chi fa una colazione bilanciata tutte le mattine, non solo assume meno frequentemente dei “fuori pasto”, e quindi meno calorie extra, ma non rischia di eccedere con l’assunzione calorica anche nei pasti successivi. In particolare, un recente studio svedese, che ha osservato le abitudini e lo stile di vita di preadolescenti e adolescenti, ha evidenziato che coloro che saltano frequentemente la prima colazione hanno una maggiore probabilità di sviluppare obesità e sovrappeso. Altre osservazioni cliniche hanno dimostrato che anche nell'adulto il controllo del peso è facilitato dal consumo abituale della prima colazione, soprattutto se è composta da alimenti sazianti, come quelli a base di Carboidrati a lento assorbimento e di proteine.
Ma i benefici di questo importante pasto non finiscono qui. Risalgono ad alcuni anni fa gli studi che hanno dimostrato che i bambini che consumano regolarmente una prima colazione completa hanno un profilo nutrizionale complessivo, nella giornata, migliore. L’assunzione del primo pasto della giornata facilita infatti il raggiungimento dei livelli raccomandati di nutrienti, e soprattutto di vitamine e minerali. Inoltre i bassi livelli di assunzione di micronutrienti nei bambini che saltano la prima colazione non sembrano essere sufficientemente compensati dal consumo degli altri pasti della giornata.

Sodio della dieta e ipertensione

L’aggiunta di cloruro di sodio (cioè di sale) ai cibi è relativamente recente nella storia dell’uomo. In origine, la fonte dietetica del sale era esclusivamente la quota, pari a non più di 1 grammo al giorno, naturalmente contenuta negli alimenti; ma già 5-10.000 anni fa l’uomo ha iniziato ad insaporire la propria dieta aggiungendo sale. In quantità crescenti: tanto che la prima osservazione sugli effetti negativi dell’eccesso di questo composto, formulata da un medico cinese, risale addirittura al 1700 a. C.
Nella società moderna, il consumo giornaliero di sale ha ormai raggiunto livelli decisamente elevati. In Italia, secondo i dati INRAN, ne consumiamo circa 10 grammi/die (pari a circa 4 grammi di sodio): un valore ben oltre i livelli raccomandati, che, sempre secondo l’INRAN, non dovrebbero eccedere i 6 grammi di sale (o i 2,4 grammi di sodio) al giorno. I termini sale e sodio sono spesso usati come sinonimi, per chiarezza è utile precisare che il sale è composto dal 40% di sodio(Na+) a da 60% di (Cl-), e che quindi un grammo di sodio è equivalente a 2,55 g di sale.
E’ importante ricordare che il sale (e quindi il sodio) introdotto con la dieta può derivare da più fonti. Molte tecniche di preparazione (e di conservazione) utilizzano il sale più o meno abbondantemente; il sodio, inoltre, è presente in quantità non trascurabili in molti farmaci, spesso anche di uso cronico.

L’Ipertensione (così come le malattie cardiovascolari, che ne rappresentano una potenziale conseguenza) presenta un’eziopatogenesi multifattoriale complessa, difficilmente attribuibile a fattori isolati, sia dietetici che comportamentali o genetici. Tuttavia, la relazione diretta tra i livelli di assunzione di sale, il metabolismo renale del sodio e la Pressione arteriosa gode del solido supporto che deriva da circa un secolo di ricerche epidemiologiche e cliniche, e da qualche decennio di studi di genetica condotti sia nell’animale che nell’uomo.
In particolare, tutte le osservazioni indicano un rapporto di natura causa-effetto tra l’assunzione elevata e cronica di sale e lo sviluppo di Ipertensione, specie se in concomitanza con una ridotta capacità di escrezione renale, e suggeriscono un’associazione diretta tra lo stesso consumo elevato e l‘aumento di morbilità e mortalità cardiovascolare, sia conseguente all’aumento della Pressione arteriosa, sia per effetti diretti sulla funzionalità vascolare e cardiaca.
Oggi, come si ricordava, i livelli di assunzione media di sale si aggirano intorno ai 10 grammi al giorno: e numerose evidenze epidemiologiche indicano chiaramente da un lato l’assenza di Ipertensione nelle popolazioni che ne consumino meno di 3 grammi al giorno, e dall’altro l’elevata Incidenza di Ipertensione (pressione sistolica e/o diastolica superiore a 140/90 mmHg) nelle popolazioni per le quali il consumo giornaliero supera i 20 grammi.
In particolare, tra i consumatori cronici di più di 3 grammi/die la percentuale di soggetti ipertesi aumenta marcatamente con l’età, a differenza di quanto accade tra gli appartenenti a quelle tribù isolate (sono circa 40 tra Sud America, Africa, isole del Pacifico e Artico), che a fronte di un’assunzione di meno di un grammo di cloruro di sodio al giorno, hanno livelli pressori medi attorno a 100/65 mm Hg anche dopo i 50 anni.
Il riconoscimento del sale da cucina come fattore di rischio indipendente di Ipertensione risale alla metà del secolo scorso, quando in Giappone, il Paese con la maggiore Incidenza di Ipertensione e di emorragia cerebrale, si osservò che l’Incidenza degli eventi nelle diverse regioni era strettamente correlata alla quantità di sale assunto con la dieta: era cioè elevata tra le popolazioni settentrionali con un consumo medio giornaliero pari a 27 grammi (con punte di 60 g) e il 70% di ipertesi tra 50 e 60 anni, ed era invece ridotta tra gli abitanti delle regioni meridionali, consumatori di circa 14 grammi al giorno di sale e con solo il 10% di ipertesi dopo i 50 anni.
Informazioni relative agli effetti sulla salute di livelli intermedi di consumo di sale da cucina (tra 3 e 20 grammi al giorno), di evidente interesse per le popolazioni come quella italiana, sono state ottenute da recenti studi osservazionali nei quali i livelli pressori sono stati correlati con la quantità di sale escreta con le urine nell’arco delle 24 ore: un parametro ben più affidabile della stima dei consumi ottenuta mediante questionari, inevitabilmente soggetta all'inadeguatezza di qualunque raccolta di informazioni ed alla variabilità delle valutazioni soggettive.
Il primo studio di questo tipo, rilevante tra l’altro per l’ampia numerosità della popolazione considerata, è stato INTERSALT, uno studio epidemiologico comparativo internazionale, condotto su più di 10.000 soggetti reclutati in 52 diversi centri, dal quale è emersa una Correlazione diretta tra il volume di sale escreto con le urine e la Pressione arteriosa sistolica e diastolica, che risulta aumentata rispettivamente di 10 e 6 mm Hg per livelli di escrezione maggiori di 5,7 grammi al giorno. Questo studio ha permesso anche di documentare un marcato incremento dei livelli pressori con l’età tra i soggetti con una maggiore escrezione di sale.
Altri studi, analoghi al precedente, condotti su popolazioni femminili, hanno definito un’associazione più stretta tra la quantità di sodio escreta con le urine ed i livelli di pressione sistolica e diastolica per le donne in menopausa, suggerendo una tendenza all’aumento della sensibilità al sale con la menopausa stessa. La Correlazione tra aumento dell’escrezione renale di sodio e insorgenza di Ipertensione è stata recentemente confermata nello studio WHO-CARDIAC (World Health Organization Cardiovascular Diseases and Alimentary Comparison), condotto in 60 centri distribuiti in 25 Paesi, su donne dai 48 ai 56 anni in post-menopausa.
L’importanza della cronicità dei livelli di assunzione di sale, rispetto a possibili differenze di natura genetica, è dimostrata da recenti studi osservazionali su piccole popolazioni, che migrando da zone rurali a zone urbane e passando in tempi brevi da diete povere di sale a diete più ricche, vanno incontro all’aumento della pressione media sistolica e diastolica nell’arco di pochi mesi.

Ricerche successive confermarono l’efficacia di una dieta iposodica “drastica” nel controllo dell’Ipertensione; questo approccio fu tuttavia poi abbandonato con l’avvento dei farmaci mirati, primi tra tutti i diuretici. Solo negli anni ’80 quest’area di ricerca ha ripreso a suscitare interesse: con una serie di studi volti a determinare l’efficacia di diete meno rigide, a moderato contenuto di sale (e quindi più appetibili per il paziente), sui valori pressori.

In un’ottica preventiva oltre che terapeutica e in termini di salute pubblica, queste osservazioni assumono grande rilevanza, anche in virtù del fatto che buona parte degli eventi fatali associati alla Pressione arteriosa elevata interessa soggetti solo moderatamente ipertesi, nei quali l’impiego di farmaci antipertensivi non trova sempre indicazione.
E’ importante sottolineare che diminuzioni, anche modeste, di Pressione arteriosa possono portare ad una riduzione del rischio di insorgenza di malattie cardiovascolari: studi recenti hanno dimostrato che diminuendo di 2mmHg la pressione diastolica si ha una diminuzione del rischio cardiovascolare relativo dal 6 al 15 %, e percentuali analoghe si ottengono con l’abbassamento di 5 mmHg della pressione sistolica.
Alla luce di questi dati in molte nazioni sono state fatte campagne educazionali al fine di ridurre l’assunzione di sale; come in Finlandia, ad esempio, una propaganda di oltre vent’anni ha portato ad una diminuzione del consumo di sale del 40% con un evidente calo(>10 mmHg) della pressione sanguigna e degli eventi cardiovascolari (70%).




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